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LA DISCIPLINA CONCERNENTE, LE REGIONI SPECIALI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO: YULHMA V. BALDERAS ORTIZ.

LA DISCIPLINA CONCERNENTE, LE REGIONI SPECIALI NELL’ORDINAMENTO ITALIANO 

di Avv. Yulhma V. Balderas Ortiz
Dottore di ricerca in Diritto pubblico, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Per quanto riguarda la disciplina concernente alle Regioni speciali, i rispettivi Statuti delle Regioni Friuli Venezia Giulia, Sardegna e Valle d’Aosta, prevedono forme di impugnazione. La prima relativa alle leggi regionali statutarie, il cui procedimento è simile a quello disposto all’articolo 123 della Costituzione. Il ricorso ha natura preventiva, destinata a diventare successiva, nell’ipotesi in cui la Consulta intervenga tempestivamente[1]. La seconda, corrisponde alle leggi il cui procedimento ricalcava il precedente articolo 127 della Costituzione. In seguito però la Corte si è avvalsa della clausola di salvaguardia disposta dall’articolo 10 della Legge Costituzionale n. 3/2001[2], quindi al procedimento si applicano le nuove disposizioni[3] sull’impugnazione.

Invece, la Regione Sicilia all’articolo 30 del proprio Statuto prevede un regime del tutto diverso. Infatti sebbene è stata soppressa l’Alta Corte della Regione siciliana a cui era attribuita una giurisdizione esclusiva in materia, il nuovo Statuto ha confermato tale modello riguardo l’impugnazione di leggi statali. Ed ancora, negli articoli 28 e 29, è disposto un peculiare controllo delle leggi regionali in cui l’impugnazione è di carattere preventivo della legge regionale. Tuttavia, all’articolo 29, comma 2, è disposta una limitante, nell’ipotesi in cui sia scaduto il termine di impugnazione senza l’emanazione di una sentenza, le rispettive leggi sono promulgate ed immediatamente pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Regione. Sul merito la Consulta[4] ha stabilito che tale eccentricità del sistema costituisce un ostacolo a quel giudizio di comparazione necessario all’estensione, ex art. 10 della Legge Costituzionale n. 3/2001, del nuovo articolo 127 della Costituzione.

Un ultimo aspetto da evidenziare sulla Regione Sicilia, è quello della prassi ormai consolidata, di promulgazione parziale delle leggi siciliane impugnate dallo Stato, ovvero la consueta abitudine dei Presidenti della Regione di promulgare in seguito alla scadenza dei termini di cui all’articolo 29 dello Statuto, la relativa legge regionale solo per le parti esenti da censure di illegittimità. Tale circostanza è stata molto discusa, atteso il potere, sostanzialmente legislativo, che il Presidente della Regione finisce per esercitare. Tuttavia, la Consulta[5] l’ha ritenuta legittima ed ha continuamente interpretato la mancata promulgazione delle norme impugnate, come una manifestazione tacita della Regione di acquiescenza ai rilievi statali per cui ha dichiarato la cessazione della materia della questione[6].

Infine, è da ricordare[7] la disciplina dello Statuto del Trentino Alto Adige, che dispone diverse forme di impugnazione. In primo luogo, all’articolo 97 del sopraindicato Statuto è previsto il ricorso concernente l’impugnazione della legge regionale o provinciale, nelle ipotesi di violazione alla Costituzione, allo stesso Statuto o al principio di parità tra i gruppi linguistici. In questo caso, hanno il potere di impugnare (l’atto), il Governo, il Consiglio regionale ed ognuno dei due Consigli provinciali. A norma dell’articolo 98, è possibile impugnare le leggi e gli atti aventi valore di legge della Repubblica e hanno legittimazione il Presidente della Regione o da quello della Provincia, previa deliberazione del rispettivo Consiglio, per violazione dello Statuto o del principio di tutela delle minoranze linguistiche tedesca e ladina. Inoltre, l’originaria disciplina dell’articolo 55 del riferito Statuto prevedeva un procedimento simile a quello del precedente articolo 127 della Costituzione, in seguito è stata abrogata tale norma, con l’applicazione della clausola di salvaguardia dell’autonomia speciale, di cui all’articolo 10 della Legge Costituzionale 3/2001. Nella fase attuale è applicabile dunque la normativa spettante alle Regioni di diritto comune[8].

In secondo luogo, dispone all’articolo 47 del sopraindicato Statuto il ricorso di impugnazione concernente le leggi statutarie, in questo caso per il procedimento si applica la normativa prevista nell’articolo 123 della Costituzione.

In terzo luogo, all’articolo 56 del riferito Statuto prevede l’impugnativa conferita alla maggioranza di un gruppo linguistico del Consiglio regionale, o di quello della Provincia di Bolzano rispetto di leggi ritenute lesive della parità dei diritti fra i cittadini dei diversi gruppi linguistici, o delle caratteristiche etniche e culturali dei gruppi stessi. La forma di controllo è di natura successiva attuabile entro 30 giorni dalla pubblicazione dell’atto. Tuttavia è da notare che non è prevista la sospensione.

Inoltre, il citato Statuto dispone di una normativa peculiare relativa all’eventuale contrasto, tra la legislazione regionale e provinciale e la disciplina statale di principio ad essa sopravvenuta. In questa ipotesi, all’articolo 2 del dPR n. 266/1990 di attuazione dello Statuto è previsto l’obbligo di adeguamento da parte del legislatore regionale e provinciale, entro i sei mesi successivi alla pubblicazione dell’atto normativo statale. Scaduto tale termine, la relativa normativa (regionale e provinciale) che non sia stata adeguata, può essere impugnata dinanzi alla Consulta dal Governo, in base al procedimento generale di impugnazione. Vi è infine, all’articolo 84 del citato Statuto una disposizione relativa all’eventuale impugazione dei bilanci predisposti dalla Giunta Regionale, o da quella provinciale dinnazi alla Corte costituzionale. Tuttavia è da notare che lo stesso dispositivo prevede particolari limitanti rispetto la materia del ricorso.

NOTE: 

[1]V. la sentenza n. 49/2003, in www.cortecostituzionale.it.

[2]V. le sentenze nn. 377/2002 e 38/2003, in www.cortecostituzionale.it.

[3]Cfr. F. S. MARINI, G. GUZZETTA, Diritto Pubblico Italiano ed Europeo, cit., p. 556.

[4]V. la sentenza n. 314/2003, in www.cortecostituzionale.it.

[5]V. le sentenze nn. 142/1981 e 115/1985), in www.cortecostituzionale.it.

[6]Ibidem, p. 556.

[7]Cfr. F. S. MARINI, G. GUZZETTA, Diritto Pubblico Italiano ed Europeo, cit., p. 556.

[8]V. la sentenza n. 533/2002, in www.cortecostituzionale.it.

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